ALLA SALUTE!


ALLA SALUTE!

Le prime testimonianze sul vino nella cultura medica risalgono al V, IV secolo a.C. ad alcuni scritti di Ippocrate, che lo consigliava assieme ad altre bevande alcoliche per combattere la febbre, come diuretico, come antisettico e aiuto nelle convalescenze.

E’ comunque difficile stabilire quando il vino, oltre da essere considerato una bevanda, iniziò ad essere utilizzato per le sue presunte virtù terapeutiche.

Presso gli Egizi il vino, come rimedio, veniva usato essenzialmente come anestetico locale.

Successivamente Plinio ne spiegò le proprietà anestetiche per l’azione dell’aceto sul carbonato di calcio, con formazione di acido carbonico, dalle leggere qualità anestetiche locali.

In epoca Romana l’uso del vino quale rimedio terapeutico, divenne assai frequente, soprattutto nella preparazione di decotti a base di erbe medicinali.
Era anche utilizzato nello svezzamento: verso un anno e mezzo il bambino veniva svezzato con briciole di pane imbevute in vino dolce aromatizzato.

L’uso del vino a scopo terapeutico, in particolare nella pratica chirurgica, continuò per tutto il Medioevo.
I medici della Scuola di Bologna erano convinti che una fasciatura imbevuta di vino portasse alla cicatrizzazione e alla guarigione della ferita.

Guy de Chauliac noto chirurgo del Medioevo, usava pulire le ferite del torace con lavaggi a base di vino fino a che il vino non risultasse pulito e chiaro.

Più tardi il dolore procurato dalla gamba incancrenita di Luigi XIV, il Re Sole, veniva alleviato facendo immergere la gamba in una vasca piena di vino caldo aromatizzato.

Nei secoli successivi, ancora fino alla metà dell’800, famosi clinici tedeschi consigliavano l’uso di piccole quantità di buon vino come stimolante cardiaco.

Anche il grande chimico francese Louis Pasteur ebbe a che fare col vino in modo rilevante e che ne modificò la possibilità di conservazione.
Nel 1862, l’imperatore Luigi Napoleone, preoccupato delle malattie e dell’inacidimento a cui erano soggetti molti vini francesi, si rivolse a Pasteur.

Questi cominciò ad osservare al microscopio i vini alterati e notò che ogni goccia di vino posata sul vetrino conteneva una quantità infinita di creature microscopiche: i batteri.
La soluzione al problema giunse quando Pasteur dimostrò che per vivere e riprodursi i batteri avevano bisogno di ossigeno, mentre se il vino restava chiuso in provetta, isolato dal contatto col l’aria, rimaneva stabile senza che i batteri prendessero il sopravvento.

Tutto ciò gli permise di individuare il batterio, presente in tutti i vini, responsabile della trasformazione in aceto. Il rimedio inventato e praticato, che da Pasteur prese il nome di pastorizzazione consiste nel sottoporre il vino per alcuni minuti alla temperatura di 60°. Questo metodo distrugge oltre il 99% dei microrganismi senza alterare il sapore e le proprietà organolettiche.

Oramai scomparso nella moderna farmacopea, il vino, in particolare il rosso, resta pur sempre un amico della buona tavola e nessun medico ne proibirà un uso moderato.

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